Titolo: Le più belle poesie di Walt Whitman
Scritto da: Walt Whitman
A cura di: Antonio Troiano
Edito da: Crocetti
Anno: 2025
Pagine: 96
ISBN: 9788883064616
Quando uscì “Leaves of Grass” (1855) R. W. Emerson ne riconobbe immediatamente l’originalità e scrisse al suo autore, Walt Whitman: “La saluto all’inizio di una grande carriera”. In quegli anni gli Stati Uniti non avevano ancora una poesia veramente americana, nuova, diversa da ogni altra. Fu Whitman a intonare “il canto per un Nuovo Mondo”, per quello che l’America era o voleva essere.
Cantò “l’Uomo Moderno”, l’America e i suoi paesaggi sconfinati, la Democrazia, “la vita immensa nella sua passione, impulso e forza”. Rispettò l’eredità del passato e la tradizione europea, ma inaugurò un nuovo stile, una poesia dal verso lungo, senza rima né metrica, eppure ricca di musicalità. Descrisse la realtà americana sperimentando, usando parole antiche e moderne, termini attinti dal mondo del lavoro, neologismi. Celebrò il corpo, i sensi e l’amore, soprattutto omosessuale.
Fu un poeta-sciamano, che sulla scia del trascendentalismo riconosceva l’uguaglianza tra tutte le cose, l’unità di corpo e anima, forma e contenuto, umano e divino. E divenne il “centro del canone americano” (H. Bloom) con parole che da allora fluiscono come un fiume sotterraneo, a diverse profondità, nella letteratura e nell’immaginario non solo americano. Canto la vita immensa nella sua passione, impulso e forza, felice per le azioni più libere sotto le leggi divine, canto l’Uomo Moderno.
Walt Whitman è stato un poeta statunitense. Nato da una famiglia di origine mista, olandese e americana, e di condizione modesta (il padre era carpentiere), a undici anni lasciò gli studi per entrare, apprendista tipografo, in una stamperia. Nel 1838, a diciannove anni, cambiò mestiere e si mise a insegnare. Ma anche questa fu un’esperienza di breve durata: passato al giornalismo, nel 1841, poco più che ventenne, Whitman era già direttore del «Daily Eagle» di Brooklyn, era divenuto amico di pittori e cantanti d’opera e aveva pubblicato i suoi primi versi. Nel 1848, per divergenze di opinioni politiche, abbandonò il giornalismo e si volse alla professione paterna. Ma erano ormai gli anni di quei taccuini di note che diventeranno in breve tempo i dodici canti del suo grande libro, Foglie d’erba, che da allora non cesserà di accrescere con prodigiosa continuità sino alla morte. La prima edizione di Foglie d’erba (Leaves of grass) uscì, composta a mano in tipografia dall’autore stesso, nel 1855. L’avvenimento avrebbe dovuto sconvolgere il mondo letterario americano, perché segnava l’apparizione di un «nuovo bardo» e l’inizio di una nuova era nella poesia americana; ma proprio per la sua novità l’opera non fu capita. I critici la ignorarono. Soltanto R.W. Emerson, il pensatore trascendentalista, gli scrisse una lettera entusiasta, pur rimproverandolo poi di averla resa pubblica. Eppure da lì a poco, come ebbe a dire Thoreau, «il suo squillo di tromba echeggerà attraverso quell’immenso accampamento che è l’America». Nel 1862, dopo una visita al fratello George, ferito nella guerra civile, Whitman, mosso da un impulso in cui si intrecciavano il suo senso di umanità e la sublimazione delle sue inclinazioni omosessuali, scoprì in sé la vocazione dell’infermiere, o meglio del grande amico dei sofferenti, e nei tre ultimi anni di guerra si prodigò con straordinaria energia negli ospedali da campo, ricavando dalla singolare esperienza nuova materia per il suo canto. Foglie d’erba ebbe dieci edizioni, continuamente aumentate durante la vita del poeta: la seconda già nel 1856; la terza, comprendente Calamus e Figli di Adamo (Children of Adam), nel 1860; la quarta, che includeva i versi sulla guerra civile, Rulli di tamburo (Drum taps), e l’elegia per la morte di Lincoln, nel 1867; l’ultima, detta «del letto di morte», nel 1892. Nonostante il consolidarsi della sua reputazione anche oltre oceano, nel 1865 Whitman fu costretto a lasciare il suo impiego al ministero dell’interno per lo scandalo suscitato dal linguaggio e dalle metafore sessuali di alcune sue poesie. Continuò tuttavia a lavorare in impieghi governativi a Washington fino al 1873 quando, colpito da una lieve paralisi, dovette rassegnarsi a una vita più ritirata, ma pur sempre lucidissima, continuando a scrivere, soprattutto in prosa. Nel 1882 uscirono i suoi ricordi di guerra con il titolo Giorni scelti (Specimen days). La statura di Whitman, poeta dell’io (celebre è il suo Canto di me stesso, Song of myself) e della collettività, del presente e della democrazia, va al di là dell’intrinseco valore della sua opera poetica per sfociare nel simbolico. Autore di una sola, anche se vastissima, raccolta di poesia, ha avuto un ruolo innovativo non tanto per l’audacia dei temi − l’esplodere dell’eros, la vita e la morte viste da vicino − quanto per il modo in cui essi vengono trattati. Come la poesia della contemporanea Emily Dickinson, anche se con tecniche formali e linguistiche totalmente differenti, la poesia di Whitman si radica profondamente in quel pianeta americano da cui ogni singola «foglia d’erba» trae energia vitale. Nella loro straordinaria intensità i versi di Whitman riescono, grazie a una precisione elencatoria che non si fa mai pura cronaca né compiaciuta descrittività, a raggiungere un profondo misticismo. Sia quando cantano un amore paganamente puro, sia quando si soffermano attoniti di fronte allo spettacolo della morte, sia quando tracciano figure di operai e di cocchieri in una notte d’inverno (come in Calamus), o celebrano il progresso nella vigorosa immagine della ferrovia, essi trascendono il proprio oggetto per immergerlo in un campo d’energia ritmica e psichica ben più vasto. Ed è questa la lezione che Whitman trasmetterà ai suoi eredi più recenti, i poeti della «beat generation», e in particolare ad Allen Ginsberg. Tra le sue opere narrative pubblicate in Italia Franklin Evans, l’ubriaco (2017) e Vita e avventure di Jack Engle (2017).
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